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07 Novembre 2011 ore 12:38 Il pericolo delle alluvioni per l'apparato produttivo in Piemonte.
Ma la Regione che fa?
Le imprese localizzate in aree a rischio idrogeologico sono, solo in Piemonte, c.a. diecimila. La maggior parte di queste non potrà mai entrare nell'ordine di idee di abbandonare la loro attuale localizzazione perché la loro attività è subordinata alla permanenza nelle aree a rischio: si pensi ad esempio alle attività commerciali, generalmente ubicate al piano terreno degli immobili... Ciò detto, una parte consistente di imprese manifatturiere o di servizio sono ancora ubicate in aree a rischio e, nonostante la disponibilità di una disposizione legislativa (articolo 4quinquies della L. 228/97, legge voluta dal sottosegretario BARBERI), che si è resa disponibile tra la fine degli anni 90 e i primi anni del 2000, poche imprese (circa 450) su un totale realistico di almeno 10 mila, hanno utilizzato questa possibilità. Tra il 2002 e il 2004 con successive disposizioni legislative tendenti a prorogare gli effetti della 228/97 che andava a modificare i criteri della legge 228 è stata data nuovamente la possibilità alle imprese di rilocalizzarsi ma ancora troppo poche rispetto a quella che potrebbe apparire come una necessità. Inoltre, nonostante che le imprese le quali ad oggi abbiano presentato domanda per le agevolazioni previste per la delocalizzazione siano una piccola parte del totale, le disponibilità dei fondi si è del tutto esaurita. Pertanto mai come in questo momento sarebbe opportuno porre rimedio a questa situazione dando uno spazio di operatività anche per gli anni futuri a norme simili a quella del 1997. Occorre inoltre ridare fiato alla garanzia prevista da numerose leggi (e resasi necessaria per movimentare ingenti masse di denaro), tra cui la 1142/66 (redatta per l'alluvione di Firenze) unica in grado di proporre garanzie sostitutive (grazie alle correzioni apportate con la legge 35/95 alluvione del novembre 94). Come già evidenziato le imprese che si sono delocalizzate costituiscono una percentuale esigua di quelle che potrebbero procedere a trasferirsi in aree più sicure. Fra queste, però, vi sono diverse tipologie di imprese che non lo hanno potuto fare per ragioni oggettive ( si veda esempio fra tutte le cave) e altre che non hanno potuto farlo per mancanza di siti idonei (per caratteristiche, dimensioni ecc.) nel raggio dei 30 chilometri stabiliti dalla legislazione come spostamento massimo consentito. Per questa tipologia di imprese è necessario prevedere degli incentivi per realizzare delle opere per la messa in sicurezza. Si sottolinea che la messa in sicurezza dei siti da parte delle imprese, scarica spesso i Comuni da dover affrontare gli oneri relativi e ciò giustifica un aiuto pubblico in tal senso. Il provvedimento proposto pertanto prevede incentivi per la messa in sicurezza delle imprese che non possono delocalizzarsi per loro caratteristiche. A questo punto potrebbe sorgere spontanea la domanda: ma dove li prendiamo tuti i questi soldi? Infatti se per spostare 450 imprese alla fine degli anni 90 sono stati necessari 700 miliardi di vecchie lire, oggi, con la penuria di risorse come si potrebbe fare? All'onere derivante dall'attuazione dei propositi sopra esposti, la cui valutazione potrebbe tranquillamente superare il mezzo miliardo di euro l'anno per alcuni anni, si provvede mediante il corrispondente utilizzo delle entrate derivanti dalle misure tributarie di cui all'articolo 11, comma 5 del decreto-legge 19 dicembre 1994, n. 691, convertito, con modificazioni, dalla legge 16 febbraio 1995, n. 35 e successive modificazioni. Con la legge 35/95 il Parlamento aveva imposto una tassa sul bollo che ha prodotto un introito stimato in 800 milioni di euro l'anno. In teoria dovrebbero esserci non meno di 9 miliardi di euro ma sulla base di una verifica condotta nel bilancio dello Stato la disponibilità dovrebbe essere di circa 4,5/5 miliardi di euro! Ecco perché le finalità contenute nei passaggi sopra esposti sono tutti riguardanti argomenti omogenei con la rilocalizzazione delle imprese da territori a rischio; ma la forza di contrattazione con il governo potrebbe destinare una parte di queste somme anche ad altre più urgenti necessità... Ovviamente le cose non sono così semplici: infatti il governo ha stornato e continua a stornare, impedendo ai principi della legge di essere assolti, il denaro per chissà quali altre finalità, sicuramente tutte legittime. Il problema è allora: perché scriviamo le eggi in quel modo, se poi sappiamo che esse non verranno rispettate. La domanda finale è però: quante aziende insistono ancora su terreni destinati alla divagazione delle acque? I numero sono allarmanti. Ma sappiamo che in Italia la logica del risarcimento, della ricostruzione, dell'intervento eccezionale è assai più blandita rispetto alla logica della prevenzione. I numeri potranno essere verificati nel prospetto riassuntivo qui allegato. Questo prospetto è stato da me consegnato nel 2004 alla giunta Ghigo e nel 2005-2006 alla giunta Bresso. Nulla è poi stato fatto, perché le amministrazioni si distraggono facilmente, presi dalle contingenze le più disparate. Naturalmente posseggo i dati puntuali divisi per comune, grazie ad un lavoro di ricognizione che ho compiuto con i miei uffici verso la metà del 2004. Dopo aver inviato ai 1200 comuni del Piemonte un questionario molto particolareggiato, comunicando ad alcuni di essi che parte dei loro territori era considerato a rischio (perché i torrenti che attraversavano porzioni del loro territorio sono stati classificati come pericolosi e i territori rivieraschi classificati in tre fasce di pericolosità: dalla Classe A, dove è inibita la residenza e la presenza di attività produttive, alla Classe B ove sono ammesse esclusivamente opere di manutenzione ma condizionate talvolta alla possibilità di mettere in salvaguardia i sedimi, alla Classe C ove è possibile una certa attività antropica sempre limitata alla disponibilità di salvaguardare il territorio con opere a difesa. Circa 915 sono stati i comuni a rispondere, tra i mancanti il comune di Torino; peccato perché nell'ottobre 2000 ben 700 aziende vennero risarcite dalla piena del Po, del Sangone e dello Stura... Questo questionario con le relative risposte è giacente presso gli uffici regionali; se qualcuno degli attuali amministratori non è troppo preso dalle attività politiche nazionali lo faccia cercare; in alternativa sono disponibile a fornirgliene copia. Marco Cavaletto direttore
Regione Piemonte dal 1998 al 2010
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